Nina Assistente Virtuale

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La Storia di Nina

Nonna quanti anni avevi quando hai incontrato il nonno?

Papà in che lingua parlavi quando vivevi a Zurigo?

Mamma perché quel bambino ha gli occhi a mandorla?

Com’è Roma? È grande il Colosseo?

Nicola perché non vieni a vivere qui anche d’inverno?

 

 

Nina non era mai sazia di sapere, gli adulti intorno a lei erano il suo motore di ricerca. Cercava risposte a tutte le sue domande, e non smetteva di incuriosirsi di tutto quello che non conosceva.

 

Nina era nata in un paesino in provincia di Lecce, 4600 abitanti, a 5km dal mar Ionio. Era la terza di tre fratelli, e la prima nipote femmina per i suoi nonni, Antonio e Giovanna, della quale portava, fiera, il nome. Nella loro casa al mare trascorreva le sue vacanze. Amava ascoltare le chiacchiere delle vicine di casa, si appuntava, su un quaderno, che portava sempre nel suo zainetto, tutte le ricette che loro si scambiavano, i racconti della loro vita, le loro date di compleanno, e le descrizioni dei posti o paesi che, durante l’inverno, avevano visitato. Sembrava una giornalista, sempre in cerca di notizie. 

 

Il mare si trovava al di là della strada. Appena  dopo colazione, telo in  spalla, pallone sotto il braccio, un saluto veloce ai nonni e via: nonna sto andandoooo! Ci vediamo dopo!. Affaccendata a preparare già il pranzo, nonna Giovannina le rispondeva ok Nina, mi raccomando, sii prudente! 

 

Nina non camminava, lei volteggiava, saltellava, sembrava quasi che  i piedi non li appoggiasse mai a terra: attraversava la strada, guardando prima a destra e poi a sinistra come le raccomandava tutti i giorni la nonna, abbandonava telo e sandali vicino al suo scoglio, e si tuffava in acqua. Socievole com’era, ogni giorno si faceva nuovi amici: era lei a organizzare le gare di tuffi, a costruire castelli di sabbia, a raccogliere secchielli pieni di conchiglie, che diventavano bellissime collane da regalare. Poco prima di mezzogiorno, si avvolgeva nel telo e ritornava a casa.

 

Dalla fine della scuola, fino ai primi giorni di settembre, era questa la vita di Nina. Il suo giorno preferito però era uno: il 30 giugno. Sul suo diario, metteva una crocetta per contare i giorni che mancavano. Rigorosamente scalza e, stesa al fresco dell’albero di gelso, sull’amaca che il nonno aveva costruito per lei, aspettava l’arrivo di Nicola, il suo amico di Pisa, che tutti gli anni, cascasse il mondo, il 30 giugno era lì. 

 

Era quello, il primo, vero giorno di estate per Nina.

 

Passeggiate in bicicletta, ginocchia sbucciate, tuffi, karaoke in giardino, pic nic a base di friselle, ore e ore a raccontarsi dell’inverno appena passato: storie vere, o forse anche inventate, sulle loro vite, così diverse. Lei lo subissava di domande, voleva viaggiare attraverso  le parole di Nicola. Voleva conoscere Pisa, Londra, Ginevra, Roma, Bolzano, Cortina,  tutti i posti che il suo amichetto visitava in quei lunghi nove mesi con i suoi genitori, prima di tornare a Pescoluse, come ogni anno. 

 

Lei mostrava, orgogliosa, il suo taccuino a Nicola, glielo leggeva praticamente tutto d’un fiato, per immergerlo completamente nella sua vita, nella sua terra. Gli descriveva minuziosamente le luminarie della festa patronale del suo paese, le baracche e le tradizioni. Le succedeva spesso di fantasticare, su come sarebbe stato, se Nicola fosse stato lì con lei anche d’inverno.

 

Diventarono grandi, e non si persero mai. Nina non ebbe dubbi quando arrivò per lei il momento di viaggiare. L’estate dopo la maturità raggiunse Nicola a Pisa: era la città che aveva scelto, l’unica nella quale si sarebbe sentita a casa. Non ebbe paura della maestosità di quella città: lì c’era il suo Nicola. Nina attaccava i suoi giorni uno accanto all’altro come perline di una collana; con lui trascorse  anni meravigliosi, e nei ritagli di tempo Nicola la portò a visitare Firenze, Siena, ed altre città lì in Toscana. Fece con lei esattamente quello che lei, per tanti anni, aveva fatto con lui: la immerse nel suo mondo, nella sua terra e nelle sue tradizioni. 

 

Molti li scambiavano per una coppia: a volte scoppiavano in una fragorosa risata, smentendo subito tutto; altre si divertivano ad assecondare la fantasia degli altri, e imbastivano in quattro e quattr’otto la loro lunga storia d’amore

 

Nina trascorse  molti anni a Pisa, senza perdere mai la curiosità, senza smettere mai di fare domande. E la “domanda” che le cambiò la vita fu quella per la borsa di studio Erasmus: voleva viaggiare e scoprire cos’altro c’era aldilà dei suoi paesi. La vinse. Trascorse dodici mesi a Siviglia, dove fece amicizia con ragazzi di ogni nazionalità: spagnoli, portoghesi, tedeschi, francesi. Si arricchiva ogni giorno di più: di esperienze, conoscenze e tradizioni. Come una spugna assorbiva tutto quello che i suoi occhi vedevano, e che le sue orecchie ascoltavano. 

 

Dopo cinque mesi che era lì, la raggiunse Nicola. Erano l’uno l’ombra  dell’altra. Lui decise di rimanere fino alla fine del soggiorno Erasmus di lei. Qualcuno era convinto che lui fosse segretamente innamorato di Nina, ma la verità è che si erano solo scambiati la pelle, sin da quando avevano sette anni, che nessuno dei due riusciva ad immaginare la propria vita senza l’altro. Passavano le notti a parlare, accidenti se parlavano, seduti su un gradino: ora nella Plaza de España di Siviglia, per diciotto anni, invece, in piazza Parco dei Gigli a Pescoluse.

 

Tra una breve gita a Madrid e un weekend a Barcellona, passarono velocemente gli ultimi mesi. Nina non perse un esame, tutt’altro, motivata dalla collaborazione con i suoi nuovi amici, ne fece molti di più di quanti ne avesse programmati. 

 

Era novembre del 2018, quella magnifica esperienza finì, e con il suo buon, vecchio e fedele amico, fece ritorno in Italia. Si dice che “quello che succede in Erasmus, rimane in Erasmus”. Nessuno seppe mai cosa fosse realmente successo tra lei e Nicola durante quei mesi.

 

Nessuno dei due fece fatica a riprendere i ritmi della città toscana; Nicola riprese a denti stretti, come sempre, i suoi studi in Ingegneria, e Nina, instancabile divoratrice di libri, preparò gli esami dell’ultimo anno. Non di rado, durante le sue letture, si perdeva nei ricordi di quell’anno passato a Siviglia, e, con lo smartphone, che era diventato il prolungamento della sua mano, sostituendosi al taccuino usato da bambina, faceva partire la videochiamata con Juan, Pierre, Christine e Anabella. Erano capaci di passare ore a commemorare quei mesi, a rivivere le serate alla Carboneria ballando flamenco e a bere Cerveza. Fantasticavano sul giorno in cui si sarebbero rivisti. Il loro calendario di viaggio era questo: prima a Parigi da Pierre, poi a Ginevra da Christine, a Lisbona da Anabella, per poi far ritorno tutti insieme a Siviglia da Juan. 

 

Nel frattempo, Nina, curiosa come sempre, tempestava di domande i suoi amici, chiedeva loro di inquadrare quello che avevano intorno e di descriverle perfettamente dove si trovassero. Aveva democraticamente imposto che il loro gruppo whatsapp Siviglia 2018 diventasse quasi un diario di bordo: ognuno, costantemente, documentava, con tanto di foto, dove si trovasse, costa stesse mangiando, come fosse il tempo… Nessuno seppe opporsi, in fondo, piaceva a tutti, l’idea di sentirsi contemporaneamente in tante città diverse.

 

Con la fugacità degli anni universitari, in un batter d’occhio, fu di nuovo inverno, Nina preparava l’ultimo esame, e al contempo, rincorreva il professor Tuccini, relatore della sua tesi, per le correzioni. Non voleva aspettare la sessione estiva, era fine febbraio, e aveva programmato di laurearsi ad aprile.  Tuccini insegnava psicologia della comunicazione, e il titolo della tesi scelta era “L’importanza della comunicazione nella relazione col viaggiatore”. Da lì a pochi giorni tutte le attività didattiche furono sospese a causa dell’emergenza coronavirus, un virus che colpisce il sistema respiratorio che, nelle ultime settimane, si stava diffondendo in maniera incontrollata.

 

Incontrollata, come la reazione di migliaia di persone, che, nella notte tra il 7 e l’8 marzo, avevano  preso d’assalto i treni per fare ritorno a casa, per il timore che i nuovi provvedimenti per il contenimento del Covid, potessero prevedere la chiusura delle regioni e che si restasse incastrati al nord. 

 

Su uno di quei treni c’era anche Nina, che si racconta cosi:

 

Eravamo sul divano io e Nicola, leggevamo freneticamente notizie su internet, cercavamo di capire cosa stava per accadere, cosa avrebbe potuto prevedere quel decreto. Fino a quel giorno non avevamo avuto la piena consapevolezza di quello che stava accadendo in Italia. Presi dalla nostra vita, continuavamo anche noi a considerarla poco più di una semplice influenza. Mentre bozze del decreto rimbalzavano su ogni testata online, ho guardato Nicola, ho chiamato casa, e ho deciso che qualsiasi cosa fosse successa, sarei voluta stare con la mia famiglia. Ho rimpinzato la valigia alla rinfusa, aiutata da Nicola, e mi sono avviata in stazione. L’ho implorato di venire giù con me, non me la sentivo di allontanarmi da lui, non volevo lasciarlo lì, così vicino a questo mostro che si insinuava nei polmoni. Avevo smesso di credere d’un tratto che potesse colpire solo gli anziani. E lui dovevo metterlo al sicuro, mi sentivo in colpa a scappare lasciandolo lì. La mia terra sembrava ancora incontaminata, giù c’è il mare, il mare ci salva da tutto. Mentre frettolosamente trascinavo la valigia verso la stazione, ho alzato gli occhi, e ho visto fiumi di gente che camminava nella mia stessa direzione, ma dove vanno tutti? È stato in quel momento che ho capito che forse non era stata una grande idea, che mettermi sul treno forse mi avrebbe messa in pericolo, che forse tutta quella gente che tornava giù avrebbe contaminato la mia terra, come stavo facendo io. 

Ci stavamo rendendo i corrieri del virus. Lo portavamo dal nord al sud.

 Non sono riuscita a fermarmi, volevo solo arrivare presto a Salve.

 

Per proteggere la mia famiglia, così come consigliavano, mi sono isolata 14 giorni nella casa al mare di nonna Giovannina. Lei non c’era più già da 3 anni, ma in quella casa era rimasto tutto intatto: i fornelli avvolti nella stagnola per non farli annerire, lo sgabello sotto al tavolo, quella piastrella scheggiata da me, l’uncinetto e quel centrino mai finito, il vocabolario nel primo cassetto: “quando non capisco una parola, mi piace cercarla su quel libro. Nina scrivimi il nome della tua facoltà, solo così potrò impararlo e ricordarmelo”. Da te, nonnina mia, non avevo ereditato solo il nome, anche la voglia di conoscere e migliorarsi. Non furono giorni facili. Il mondo si era fermato. La pandemia però un dono ce l’aveva fatto: il tempo. A volte amaro, altre più dolce. “24h non mi bastano, avrei bisogno di una giornata di 48h” quante volte lo abbiamo detto. E poi arriva lui, ci inchioda dentro casa, che diventa all’improvviso un castello, una fortezza, unico rifugio sicuro per noi e per chi amiamo. Il coronavirus ci ha rimesso in mano tutto il tempo che solitamente sprecavamo dietro inutili questioni. Era quello che provavo a ripetere a Nicola, ci sentivamo sei o sette volte al giorno. Erano concesse brevi passeggiate in solitaria, fortunatamente mi bastava attraversare la strada, guardando sempre prima a destra e poi a sinistra, per andare a vedere il mare. Nicola mi obbligava a videochiamarlo da lì, voleva vedere il mare. Non è stato semplice, ma mentre il mondo era in pausa, ci siamo reinventati e abbiamo imparato parole nuove: smartworking, didattica a distanza e lauree a distanza. Il 22 aprile mi sono svegliata, preparata con calma, ho indossato il vestito più elegante che avevo, un abito cipria indossato al matrimonio di mia cugina Annamaria, ho acceso il computer, collegata col prof Tuccini, che prima di darmi la parola ha letto alla commissione presente, online, la dedica della mia tesi:

 

 

A mia nonna Giovannina,

per avermi insegnato la fierezza, 

l’ospitalità,

a prendermi cura,

ad ascoltare.

 

A Nicola,

quel bambino diventato uomo accanto a me,

per non aver lasciato mai la mia mano,

per aver esplorato il mondo con me.

 

Al mio mare,

per aver lavato le ferite,

tinto d’azzurro i miei occhi.

 

Alla mia terra, 

per avermi sporcato i piedi da bambina,

 per avermi aspettata in tutti questi anni,

per avermi accolta in questo momento di paura,

per avermi protetta.

 

Al coronavirus,

per aver cambiato i miei piani,

per aver rimodulato le mie priorità,

per avermi regalato del tempo,

per avermi riportata a casa.

 

È da qui che partirò.

Senza andare da nessuna parte questa volta.

Nutrirò la mia terra restituendole quello che mi ha dato.

Viaggerò stando ferma.

Non ti lascio più Salento mio,

e farò innamorare tutti di te.

Come io ti amo.

 

 

La commissione mi ha applaudito commossa, lo leggevo dai loro volti che qualcosa li aveva colpiti. Riprese la parola il professore e senza nemmeno accennare all’argomento della tesi, mi disse: “Ora Nina, racconta a tutti quello che mi hai detto nell’ultima video call di ieri, cos’hai deciso di fare dopo la laurea? Come li ha cambiati i tuoi piani il coronavirus?”

 

Mi aveva stupita quella domanda, avevo preparato tutto il discorso, che in un secondo accantonai in un angolo della mia mente, per concentrarmi sulla risposta:

 

Sono settimane difficili, surreali, settimane nelle quali tutti stiamo facendo i conti con noi stessi, col nostro passato, con i nostri errori, tremiamo per i nostri sogni, proviamo a rimodulare i progetti. Sappiamo tutti che quest’esperienza ci cambierà. Io voglio ben sperare che ne verremo tutti migliori, che alla fine di questa brutta storia, avremo imparato a lasciar andare la cattiveria, e a perdonare le nostre mediocrità. Come dicevo al professore ieri, mi fa paura questo gesto istintivo, che abbiamo ormai acquisito, di scansare le persone nel corridoio del supermercato. Che danni farà questo distanziamento al quale siamo stati costretti? Torneremo ad abbracciarci? Torneremo a stringere la mano in segno di stima o di benvenuto a qualcuno? Ciò che ha salvato il nostro cuore e le nostre giornate, in questo periodo, è stata la tecnologia: senza, oggi non mi sarei potuta laureare; senza, non avrei visto i miei amici per settimane, non mi sarei potuta assicurare che loro stessero davvero buoni buoni a casa. L’abbiamo sempre bistrattata, accusata di tenerci inchiodati ad uno schermo isolandoci da chi avevamo accanto. “La tecnologia ha sostituito l’uomo, diciamo sempre”. La verità è che senza tutto questo, ognuno di noi, sarebbe stato tremendamente solo.

 La tecnologia questa volta ci ha unito. Ci ha tenuto in contatto.

Ed in vita, se proprio vogliamo dirla tutta. Da questa presa di coscienza, e dagli insegnamenti di mia nonna, che ho respirato nella sua casa in questi giorni, è nato questo progetto: mia nonna mi ha insegnato a prendermi cura e ad ascoltare, il coronavirus mi ha riportata a casa, nella mia terra, e mi ha insegnato che la tecnologia può unire. Così ho deciso di darle una mano: ci metteremo l’una al servizio dell’altra, lei diventerà più umana, ed io un po’ più virtuale. Diventerò l’Assistente Virtuale “quasi umana” dei turisti che visiteranno la mia terra. Quest’estate, quando saremo ancora sottoposti a limitazioni e distanziamento, io farò in modo di far sentire vicine le persone, trasmetterò loro calore, informazioni e fiducia. 

 

Sarò l’amica locale, di tutti le persone che si rifugeranno nella mia terra,

 per rinfrancarsi dalla paura vissuta in questi mesi.